Calcio

Il punto. Serviva una sanzione esemplare a Raffaele, non per vendetta ma per giustizia

Sono quattro le giornate di stop decretate dal Giudice Sportivo nei confronti di Giuseppe Raffaele il tecnico del Catania entrato in campo per sottrarre il pallone a un giocatore della Vibonese nel pieno di una ripartenza.

Ma forti sono le contraddizioni che si riscontrano nella motivazione. Si legge infatti: “perché, a gioco fermo, entrava sul terreno di gioco sottraendo la disponibilità del pallone a un calciatore della squadra avversaria, costringendo l’arbitro a sospendere la gara per decretarne l’espulsione”. Che vuol dire? Se il gioco era fermo, perché l’arbitro avrebbe dovuto sospendere la gara per decretarne l’espulsione?

E se il gioco era già fermo vuol dire che era stato fischiato il calcio di punizione in favore del Catania, perché aveva considerato fallo l’azione di Rasi? Invece, ovviamente, il gioco è ripreso con un calcio di punizione in favore della Vibonese per l’azione antisportiva dell’allenatore del Catania. Ed ancora, non per essere pignoli, delle due una: o il gioco era fermo, allora non occorreva sospendere la gara, oppure se la palla era in gioco (come in effetti era) la sanzione, per essere esemplare, doveva essere un po’ più pesante, anche in considerazione del fatto che Redolfi, espulso nell’azione successiva quando il nervosismo in campo poteva anche apparire giustificato, è stato squalificato dallo stesso giudice sportivo per 2 giornate.

La riflessione non vuole essere la ricerca della vendetta avendo già apprezzato le pubbliche scuse dell’allenatore del Catania date nell’intervista a fine partita (chiara ed onesta ammissione di colpa), oppure chiedere qualcosa che possa risarcire la Vibonese (che è impossibile), è solo invitare a considerare la gravità del gesto antisportivo che, solo se sanzionato con decisione esemplare, impedirà a qualche altro addetto ai lavori a ripetere, in qualche altro campo di calcio, un gesto simile che mai prima si era visto e mai più si dovrà rivedere.

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