Cultura

L’intervento. Siamo davvero vittime di una pandemia?

Adesso partiranno le accuse di negazionismo. Di analisi superficiale e pericolosa perché ispirata ad un concetto riduzionista, che può indurre alla ribellione dinanzi alle imposizioni di nuovi lockdown.

Il tutto a dispetto del fatto che il monitoraggio settimanale Iss-Ministero della Salute sul Coronavirus, per la settimana 12-18 ottobre 2020 (aggiornato al 20 ottobre), evidenzia che “l’epidemia è in rapido peggioramento”. C’è poi da aggiungere che nell’ultimo bollettino, inoltre, si mette in risalto che è stata superata la soglia dei 19mila casi in 24 ore. Quindi, nel documento si legge che: “sono necessarie misure, con precedenza per le aree maggiormente colpite, che favoriscano una drastica riduzione delle interazioni fisiche tra le persone e che possano alleggerire la pressione sui servizi sanitari, comprese restrizioni nelle attività non essenziali e restrizioni della mobilità”.

Dinanzi a simili dichiarazioni, non c’è altro da fare se non accettare con dignitosa rassegnazione le imposizioni autoritariamente emanate in un clima generalizzato di preoccupazione fomentato da una comunicazione sempre più improntata a generare, grazie alle dichiarazioni dei vari esperti di turno, uno stato di profonda ansia.

Eppure, Il Covid 19 non è finora neppure lontanamente parente della peste che fece stragi nei secoli scorsi o dell’influenza spagnola che colpì giusto cento anni fa.

È incredibile, anzi sembra una forzatura creata ad hoc per sdrammatizzare l’evento drammatico che attualmente ci minaccia terribilmente, ma in realtà, provando ad analizzare le situazioni con un po’ di distacco, ci si accorge che questo primo secolo del secondo millennio sembra esser nato all’insegna delle epidemie.

Basti pensare alla Sars (Severe Acute Respiratory Syndrome), che si presentò in maniera preoccupante tra il 2002 e il 2003; e poi alla Mers (Middle East respiratory syndrome), tra il 2012 e il 2014. Entrambe causate da un coronavirus, come questa pandemia che in realtà non ha ancora un suo nome proprio, ma solo l’individuazione dell’agente patogeno, il covid- 19 (CoronaVIrus Disease 19), e dall’associazione con la precedente Sars questa sarebbe la SARS- CoV- 2, e perciò si dovrebbe anche rinominare quella come SARS- CoV- 1.

Pure la Mers era una sindrome respiratoria acuta (anzi, con un tasso di letalità fino a quasi il 50% – alcuni dicono del 65% – benché appunto geograficamente circoscritta e colpisse anche, ma non sempre, l’apparato digerente) mentre, giusto per fare un paragone di ordine epidemico, la Sars 1 ce l’aveva del 10%. E poi, i nomi che si sono alternati: l’aviaria, la mucca pazza, la suina, l’asiatica, la spagnola, giusto per citare i più noti.

La Sars si estinse da sola nel luglio del 2003, invece la Mers è ricomparsa in Corea nel 2015, provocando morti. Per la Mers, peraltro, si è avanzata l’ipotesi che fosse in circolazione da almeno sette-otto anni prima di assumere un carattere di forte virulenza. Ma la Mers contagiò solo 842 persone nel mondo e ne uccise 322. E la Sars 1 ne contagiò 8.465 e fece 801 morti.

Si dice che proprio questi numeri piccoli non abbiano consentito la scoperta di un vaccino – troppi pochi riscontri, troppi pochi gli studi.

Comunque sia, la prima vera pandemia del XXI secolo è da considerare l’influenza suina (Swine flu), sviluppatasi nel 2009, benché derivante da un virus H1N1, quello della “normale” influenza A (secondo alcuni studi, dovrebbe essere nata in un piccolo villaggio del Messico con un’alta concentrazione di allevamenti di maiali). Ci furono più di un milione e mezzo di casi nel mondo (soprattutto in America) e quasi ventimila morti.

Secondo l’università di Pittsburgh il virus della Swine flu sarebbe una riedizione del virus del 1918 (in verità c’è chi dice che tutte le pandemie dell’influenza A, eccetto i virus dell’aviaria H5N1 e H7N7 pare discendano dal virus del 1918, inclusi H2N2 e H3N2 – anche se la comparsa dell’H2N2 responsabile dell’asiatica nel 1957 aveva “tolto dai radar” l’H1N1, almeno nella circolazione umana mentre sopravviveva nei maiali, ricomparso poi nel 1977), che ci accompagna ormai dagli anni ’70 del secolo scorso con regolarità. Non esiste un vaccino specifico, ma il vaccino contro l’influenza del 2010- 11 sembra funzionare.

Insomma, non è insolito lo scoppio periodico di una pandemia.

Tra il 1347 e il 1351 tutta l’Europa fu colpita dalla peste. Il focolaio iniziale fu individuato a Caffa, città della Crimea, nell’autunno del 1346 e gettò il continente nella più difficile crisi che l’uomo possa ricordare. Uomini, donne e bambini furono portati via all’improvviso, spesso nel giro di poche ore, da una nuova, dolorosa, contagiosa e inguaribile epidemia dopo che, per lo più già alla comparsa dei primi sintomi, erano stati banditi dalla collettività. Di sicuro, la peste nera (così in seguito sarà riconosciuta questa epidemia di peste sviluppatasi intorno alla metà del XIV secolo) cambiò l’Europa del tardo Medioevo almeno quanto le guerre mondiali modificarono il mondo moderno. Mai prima di allora poveri, contadini, viandanti, commercianti, dotti, papi, imperatori e re, nobili e artigiani, clero ed autorità cittadine si sentirono sfidati allo stesso modo e minacciati nella loro stessa esistenza.

Qualcuno ha definito la Spagnola “la madre di tutte le pandemie”: 50 milioni di persone morte in tutto il mondo e almeno mezzo miliardo di contagiati in un tempo in cui si contavano sulla Terra due miliardi di abitanti.

La spagnola peraltro si chiamò così, come è noto, non perché ebbe origine in Spagna o perché lì ebbe particolare virulenza, ma perché la Spagna fu la prima nazione a dare notizie dettagliate del contagio e dell’epidemia (anche il re Alfonso XIII ne fu colpito).

L’epidemia esplose più o meno simultaneamente in tre ondate ed in tre distinti distretti geografici (Europa, America, Asia). Le tre ondate si svilupparono: la prima del marzo 1918, la seconda, più fatale, dell’autunno, la terza nell’inverno 1918-1919.

Adesso è il turno del Covid-19 che sta provocando il panico soprattutto negli amministratori, in una classe politica incapace e non in grado di assumersi la responsabilità di decisioni forti, mentre un certo mondo accademico e scientifico, catapultato per la prima volta sui principali mass media, pare inesorabilmente colpito da un attacco narcisistico che li obbliga ad una costante quotidiana presenza mediatica della quale non sembrano più in condizione di farne a meno.

Eppure, i dati racconterebbero inequivocabilmente ben altra cosa.

Nei primi 8 mesi del 2020, ovvero, escludendo gennaio, in piena pandemia da covid-19, l’Istat ha registrato un incremento del 4,22% della mortalità nei venti capoluoghi di regione rispetto alla media 2015-2019.

Nei 20 capoluoghi la media dei morti negli anni 2015-2019 da gennaio ad agosto è stata di 72.199 decessi. Nel 2020 i morti da gennaio ad agosto sono stati 75248 (+4,22%). A Roma, Napoli, L’Aquila, Potenza, Cagliari i morti del 2020 sono stati finora inferiori a quelli del periodo 2015-2019.

E allora, perché tanto panico? Tanta preoccupazione?

il dato che diventa ancor più confortante – verrebbe da dire, tranquillizzante – se rapportato alla realtà calabrese.

I dati sul Coronavirus in Calabria colgono addirittura di sorpresa a dispetto di tanto allarmismo. Rapportando i casi positivi accertati alla popolazione regionale, infatti, la Calabria registra la percentuale più bassa, lo 0,11%, di infettività, precedendo la Sicilia (0,16%) e la Basilicata (0,17%). E Vibo Valentia è la provincia italiana con il rapporto più basso, laddove i contagiati accertati rappresentano appena lo 0,81% della popolazione residente.

L’attendibilità del dato è confortato da un’attività di tracciamento piuttosto significativa, che vede la Calabria tra le più testate attraverso un numero alto di tamponi processati. La Calabria registra anche il rapporto più basso d’Italia tra positività accertate e casi testati: appena l’1%.  Ne beneficia anche la mortalità, la più bassa d’Italia in rapporto alla popolazione.

E, intanto, ci impongono un lockdown, sia pure camuffato, giocando sull’effetto psicologico di una pandemia raccontata ma non accertata, che ricade sulla popolazione bombardata da notizie allarmanti

È giusto tutto questo? Soprattutto, è davvero necessario?

Pensiamo bene, prima di rispondere.

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