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Compr. Vibonese, Lo Bianco: «Puntiamo sui giovani e pensiamo anche al beach soccer»

Il Comprensorio Vibonese continua il proprio percorso di crescita con una visione che va oltre il semplice risultato sportivo. La società guidata dal presidente Anthony Lo Bianco, oggi impegnata nel campionato di Seconda Categoria, nasce con l’obiettivo di offrire ai giovani del territorio una possibilità concreta di praticare calcio, crescere in un ambiente sano e trovare un punto di riferimento stabile.
Dalla Terza Categoria alla Seconda, passando per la scuola calcio e il settore giovanile, il progetto ha assunto nel tempo una dimensione sempre più ampia. Ma accanto all’entusiasmo, alla programmazione e alla voglia di costruire, resta forte una criticità: la carenza di strutture sportive a Vibo Valentia e nel comprensorio.

Presidente Lo Bianco, come nasce il progetto Comprensorio Vibonese?
«Il progetto nasce circa tre o quattro anni fa con un obiettivo molto semplice: provare a dare un’alternativa a tanti giovani del territorio che non riuscivano a trovare squadra. Ci siamo resi conto che c’erano ragazzi che avevano giocato da bambini, magari quindici o vent’anni fa, e poi avevano perso ogni riferimento calcistico.
Da lì ci siamo detti: perché non provare a fare qualcosa di diverso? Siamo partiti dalla Terza Categoria, con l’idea di unire i giovani del territorio e dei comuni limitrofi, non solo di Vibo. Volevamo essere il più inclusivi possibile».

Poi è arrivato anche il salto di categoria.
«Sì, abbiamo iniziato piano piano. Abbiamo costruito una struttura, siamo partiti con la prima squadra e poi siamo arrivati alla Seconda Categoria. All’inizio non avevamo grandi aspettative, poi strada facendo ci siamo fatti prendere la mano, perché quando lavori e vedi entusiasmo è normale provare ad alzare l’asticella. Lo scorso anno abbiamo provato a puntare alla parte alta della classifica e a fare il salto in Prima Categoria. Non ci siamo riusciti, ma il percorso resta positivo».

Oggi il Comprensorio Vibonese non è solo prima squadra.
«Esatto. Oggi abbiamo anche la scuola calcio e il settore giovanile, con bambini che partono dai quattro anni. Per noi è fondamentale creare un percorso che permetta ai ragazzi di crescere, allenarsi, confrontarsi e trovare un ambiente sano. Stiamo puntando tanto sui giovani, perché il futuro sono loro. La prima squadra deve essere anche uno sbocco per i ragazzi che crescono nel nostro vivaio».

Negli ultimi tempi, anche per le vicende della Vibonese, qualcuno vi ha indicato come possibile “seconda squadra” della città. Che effetto fa?

«Sono dichiarazioni che ci hanno sorpreso, soprattutto perché arrivano anche da persone che magari non ci hanno mai seguito o non hanno mai visto una nostra partita. Però fanno piacere.
Sentir dire che il Comprensorio Vibonese potrebbe rappresentare una realtà importante per la città è motivo di orgoglio. Naturalmente noi restiamo con i piedi per terra. Sappiamo qual è la nostra dimensione e sappiamo che dobbiamo continuare a lavorare».

Vi piacerebbe un giorno giocare allo stadio “Luigi Razza”?

«Sarebbe sicuramente bello. Per una società come la nostra, poter disputare qualche partita in una struttura importante della città sarebbe motivo di grande soddisfazione. Allo stesso tempo sappiamo che ci sono situazioni complesse e che certe decisioni spettano ad altri. Noi pensiamo a fare il nostro percorso. Se un giorno ci sarà la possibilità, ne saremo felici».

Uno dei temi centrali resta quello delle strutture sportive. Quanto pesa questa carenza?
«Pesa tantissimo. La carenza di strutture è una delle principali criticità del nostro territorio. Non la tocchiamo con mano solo noi, ma tutte le società, tutte le prime squadre e tutte le scuole calcio che operano a Vibo Valentia e nei comuni vicini.
Molte realtà sono costrette a noleggiare campi anche solo per 45 minuti o per un’ora, incastrando turni a orari improbabili pur di permettere ai ragazzi di allenarsi. Questo rende tutto più difficile: programmare, crescere, dare continuità al lavoro».

Secondo lei perché si è arrivati a questa situazione?
«Io credo che in parte manchino i fondi, ma in altri casi manca anche la volontà. I bandi esistono. Ci sono strumenti come Sport e Salute, il Credito Sportivo e altri canali che possono consentire la riqualificazione degli impianti. In alcuni comuni si è riusciti a intercettare questi finanziamenti e a realizzare interventi importanti: campi in erba sintetica, nuove tribune, strutture più moderne. Questo dimostra che, quando c’è programmazione, qualcosa si può fare».

Quindi il problema è anche politico e amministrativo?
«In parte sì. Molte volte servono scelte politiche chiare. Bisogna preparare i progetti, partecipare ai bandi, seguire gli iter e poi gestire gli impianti. Non è semplice, perché una struttura sportiva è una macchina complessa da portare avanti e da mantenere. Però se vogliamo davvero aiutare i giovani e le società sportive del territorio, dobbiamo affrontare questo tema in maniera seria. Non possiamo pensare che tutto ricada sempre sulle società, che spesso fanno enormi sacrifici per garantire attività ai ragazzi».

Lei ha parlato anche della possibilità di recuperare impianti oggi abbandonati.
«Sì, perché ci sono strutture ferme o sottoutilizzate che potrebbero diventare una risorsa. Penso a campi oggi chiusi o abbandonati che potrebbero essere trasformati in spazi per il calcio a 5, il beach soccer o altre discipline.
Bisogna avere il coraggio di immaginare qualcosa di nuovo. Non possiamo limitarci a dire che mancano gli spazi: dobbiamo capire come recuperare quelli che ci sono e come renderli utili per il territorio».

Quindi non solo calcio tradizionale.
«Esatto. Si potrebbe pensare anche a strutture alternative. Il beach soccer, ad esempio, sono discipline che sul territorio potrebbero funzionare. Abbiamo zone bellissime, spiagge e spazi che potrebbero essere valorizzati.Una struttura di questo tipo potrebbe servire alla nostra scuola calcio, ai ragazzi, ma anche ad altre realtà del territorio. L’importante è creare opportunità».

Quali sono gli obiettivi sportivi per la prossima stagione?

«L’obiettivo è fare bene e cercare di arrivare nella parte alta della classifica. Vogliamo crescere, migliorare e dare continuità al lavoro fatto. Non ci nascondiamo, ma dobbiamo essere realisti. La cosa più importante è consolidare il progetto, far crescere i nostri ragazzi e continuare a costruire una società seria. Stiamo dialogando con alcune società professionistiche per creare un percorso di crescita. Lo scorso anno abbiamo avuto contatti con il programma di affiliazione del Sassuolo Calcio, che ci ha supportato in alcune iniziative a distanza. In precedenza siamo stati affiliati anche alla scuola calcio di Francesco Totti, con i nostri tecnici che hanno avuto modo di formarsi».

E per il futuro?
«Quest’anno stiamo valutando alcune possibilità con società di Serie A. Speriamo di poter ufficializzare qualcosa nelle prossime settimane.
L’idea è creare un ponte tra il Sud Italia e il calcio professionistico del Nord, offrendo ai nostri ragazzi e ai nostri allenatori la possibilità di formarsi, crescere e confrontarsi con realtà importanti. Sarebbe un passo fondamentale per tutto il territorio».

Il Comprensorio Vibonese, quindi, vuole andare oltre il semplice risultato del campo.
«Sì, perché il risultato è importante, ma non è tutto. La nostra missione è dare possibilità ai giovani, creare aggregazione, valorizzare il territorio e costruire qualcosa che possa durare nel tempo. Se riusciremo a far crescere i ragazzi, a migliorare le strutture e a creare rapporti con società professionistiche, allora avremo fatto davvero qualcosa di importante per Vibo e per tutto il comprensorio».

Presidente, il suo appello finale qual è?
«L’appello è quello di non lasciare sole le società sportive. Lo sport è fondamentale per i ragazzi, per le famiglie e per il territorio. Servono strutture, programmazione e collaborazione tra società, amministrazioni e istituzioni.
Noi continueremo a fare la nostra parte, con sacrificio e passione. Però speriamo che anche per le tante squadre del territorio si possano trovare soluzioni concrete, perché senza impianti adeguati diventa difficile far crescere davvero lo sport».