Eccellenza

ESCLUSIVA Varrà a tutto campo: dall’addio al Soriano alla “deriva” del calcio dilettantistico

Si è chiuso nei giorni scorsi il rapporto tra Mimmo Varrà e il Soriano Fabrizia, dopo un avvio di mercato particolarmente intenso, con ben quindici operazioni già portate a termine tra rinnovi e nuovi innesti.
Varrà aveva anche rinunciato ad altre possibilità pur di rimanere a Soriano, tra cui quella della Virtus Rosarno. Poi, però, qualcosa si è incrinato. Non sul piano personale, precisa subito il dirigente, ma su quello della gestione quotidiana.

Direttore, il rapporto con il Soriano Fabrizia si è interrotto dopo un inizio di mercato scoppiettante. Cosa è successo?
«Prima di tutto voglio chiarire che non c’è nulla di personale. Con la società c’è un rapporto che nasce dal calcio, ma che nel tempo è diventato anche un rapporto umano. Proprio per salvaguardare questo rapporto abbiamo deciso di arrivare a questa separazione.
Io sono molto esigente sotto l’aspetto della professionalità. Forse, da parte mia, non ho avuto la pazienza di capire fino in fondo che mi trovavo dentro una piccola comunità, dove certe dinamiche sono diverse e dove magari su alcune cose avrei dovuto soprassedere».

Quindi è stata una questione legata al modo di intendere il lavoro?
«Riconosco di pretendere tanto, forse troppo. Mi piace che ci sia professionalità, che vengano rispettati i regolamenti, che ci sia un certo modo di lavorare. Dall’altra parte, però, devo anche capire che una realtà come Soriano ha le sue abitudini, la sua dimensione e le sue particolarità. Sono uno che vive il calcio ventiquattro ore su ventiquattro, non conosco giorni liberi. Da ottobre, quando sono arrivato a Soriano in un momento davvero delicato, non ho avuto neanche il tempo di fermarmi a pensare. Finito il campionato, è iniziato subito un lavoro ancora più intenso».

La società le aveva dato carta bianca?
«Sì, la società mi ha sempre dato carta bianca. E credo che fosse una fiducia meritata, perché ho lavorato senza sosta. Però è normale che, alla lunga, subentri anche uno stress che va oltre il calcio.
A un certo punto ho capito che non c’era più la serenità giusta. E con l’esperienza bisogna essere intelligenti anche nel capire quando è il momento di staccare la spina».

Cosa si porta dietro da questa esperienza?
«Io ho fatto tantissimo per il Soriano e di questo sono felicissimo. Rifarei tutto quello che ho fatto, senza alcun dubbio. Sono contento del lavoro svolto e delle operazioni portate avanti. Il mio impegno è stato totale».

Adesso si fermerà oppure c’è già qualcosa all’orizzonte? Conoscendola, è difficile immaginare Mimmo Varrà fermo a lungo.
«In questo momento voglio sicuramente riposarmi un po’, dopo tanto tempo mi sto godendo qualche giornata al mare. Poi non dipende certamente solo da me. Dipende da chi mi chiama e soprattutto da quale ambizione c’è dietro una chiamata.
Io però una riflessione la voglio fare. Da dicembre in poi ho notato un cambiamento, secondo me in peggio, nel modo in cui viene organizzata una squadra di calcio.
Bisogna mettersi in testa che i dilettanti sono tali solo sulla carta. Quando un giocatore comincia a guadagnare cifre importanti, anche quanto un direttore di banca, allora servono regole e professionalità
e meno megalomania».

A cosa si riferisce quando parla di megalomania?
«Parlo in senso generale. Oggi nel calcio dilettantistico vedo troppa megalomania. Ci sono dirigenti che, pur di fare i direttori, portano soldi o sponsor solo per poter dire di avere quel ruolo. Ma questo non ha senso.
È un male che riguarda tutto il calcio: dirigenti, allenatori, calciatori, procuratori. Ci sono persone che entrano nei ruoli non per competenza, ma perché portano risorse economiche. È come se io volessi fare l’ingegnere: porto uno sponsor e mi metto a progettare una casa. Sarebbe meglio un terremoto che una casa progettata da me. Questa è la realtà».

Secondo lei, quindi, il calcio dilettantistico ha perso il senso della competenza?
«In parte sì. Oggi circolano soldi, sponsor, situazioni poco chiare. Le società spesso si appoggiano a chi arriva con risorse economiche, ma il calcio ha bisogno di competenza. Se si vogliono gestire squadre e budget importanti, anche nei dilettanti, servono regole precise e persone preparate».

Guardando al campionato di Eccellenza, sembra un mercato ancora abbastanza fermo. Che idea si è fatto?
«Bisogna dire la verità: è cambiato anche il modo di raccontare il calcio. Oggi apri il telefono e chiunque può scrivere qualsiasi notizia. Non sai mai se sia vera o meno. Io pagherei per tornare indietro, quando si comprava il giornale, si leggeva la Gazzetta del Sud e le notizie avevano un fondamento. C’era più professionalità. Oggi spesso non si va più alla ricerca della notizia: si commenta quello che esce sui social o sui blog».

Lei è molto critico verso questo modo di fare informazione?
«Sì, perché ci sono blog che si spacciano per giornalisti, mentre una testata giornalistica registrata è un’altra cosa. La differenza è enorme. Oggi tanti pubblicano notizie senza verifiche, senza responsabilità e senza sapere davvero cosa c’è dietro. Prima le notizie venivano cercate, verificate, approfondite. Oggi spesso si rincorrono voci e commenti. Questo non fa bene né al calcio né all’informazione».

Quanto conta, secondo lei, il rapporto corretto tra addetti ai lavori e giornalisti?
«Conta tantissimo. L’importante è avere giornalisti seri, persone come te, come Saverino e come altri, che fanno il proprio lavoro con correttezza. Però bisogna anche capire una cosa: la società e l’addetto ai lavori devono fare il proprio mestiere, il giornalista il suo. Io, da addetto ai lavori, devo sapere come muovermi. Ma non deve esistere che uno venga da me a dire: “Scrivi questo giocatore” o “non scrivere quest’altro”. Non funziona così. Bisogna tenere conto dei ruoli e rispettarli. Poi è cambiato tutto, purtroppo».

Torniamo al calcio giocato. Qualche giorno fa, parlando con Claudio Morelli, ecx allenatore del Sambiase, è emersa la necessità di una riforma seria dei campionati. In Serie D ci sono troppe squadre, diverse società sono in difficoltà e con le nuove regole sui pagamenti e sui contributi il calcio è diventato sempre più oneroso. Lei cosa ne pensa?
«Su questi argomenti bisogna stare molto attenti, perché sono questioni serie. Fino a quest’anno mi sembra che ci sia stata un po’ di tolleranza, ma nel momento in cui certe regole verranno applicate in maniera piena, i problemi diventeranno seri. Non tutte le società sono organizzate, né dal punto di vista economico né da quello amministrativo. Un contratto può arrivare a costare il 60% in più. Non si scherza. Se sulla carta fai un bilancio da 150 o 200 mila euro e poi ti ritrovi a doverne sostenere 350, diventa tutto molto complicato».

Quindi il problema non è solo sportivo, ma soprattutto gestionale?
«Esatto. Qui non si può più improvvisare. Le società devono cominciare ad avere figure competenti, un commercialista che conosca bene la materia, qualcuno che sappia leggere davvero i numeri e capire le conseguenze delle nuove regole. Non basta fare un tesseramento e pensare che finisca tutto lì. Non funziona così. Mi auguro che le squadre si organizzino, perché il rischio è grosso. Il calcio dilettantistico non può più essere gestito con leggerezza».

Però servono anche i soldi. Non tutte le società possono permettersi certi costi.
«È normale. Lo vediamo anche in grandi piazze, non solo nei dilettanti. Ci sono difficoltà ovunque: in Serie D, in Lega Pro e anche più su. I costi sono aumentati tantissimo. Ormai si parla di cifre importanti anche in categorie dove, teoricamente, dovrebbe esserci un’altra dimensione. Ti sembra normale che in Terza Categoria si possano spendere 30 o 40 mila euro? A me no. Se una società di Terza Categoria arriva a spendere 35 o 40 mila euro, dobbiamo chiederci dove stiamo andando».

Allora non sarebbe il caso di tornare a investire davvero nei vivai, nei settori giovanili e nei ragazzi del territorio?
«Assolutamente sì. È quello che stavo per dire. Bisogna investire di più sul settore giovanile, cercare di costruire nel tempo calciatori che possano diventare patrimonio della società.
Però attenzione: investire nel settore giovanile non significa prendere persone a caso, metterle lì, pagarle poco o niente e pensare di aver risolto il problema. Così hai perso solo tempo. Se vuoi lavorare con i giovani, devi investire sulla competenza, sugli istruttori, sulla formazione, sulla programmazione».

Meglio costruire nel tempo che spendere tutto per vincere subito?
«Certo. È inutile fare spese folli per vincere un campionato e poi magari fallire. Non è meglio fare cinque anni seri tra Promozione ed Eccellenza e costruire una società capace di durare dieci o quindici anni? Il settore giovanile deve essere una cosa seria. Non può essere trattato come una scuola materna del calcio, dove arriva chiunque e dice: “Sono allenatore”. Questo è uno dei problemi principali».

Negli ultimi anni abbiamo visto anche piazze importanti salire, spendere, farsi notare e poi sparire.
«Questa io la definisco la patologia del secolo: farsi notare per poi scomparire. È una cosa grave. Ci sono società che salgono, fanno parlare di sé, spendono tanto e poi dopo poco tempo spariscono o ripartono dal basso. Ma che senso ha? Il calcio deve tornare a ragionare sulla sostenibilità, sulla competenza e sulla costruzione. Altrimenti non si va da nessuna parte».

Una battuta finale anche sull’intelligenza artificiale, che ormai entra un po’ dappertutto, anche nel calcio e nell’informazione.
«Io lo dico con una battuta: se andiamo avanti ragionando solo con l’intelligenza artificiale, alla fine ne godranno i “cazzoni artificiali”. L’intelligenza artificiale può essere utile, ma non può sostituire la competenza, la fantasia, la costruzione personale, il lavoro vero. Nel calcio, come nell’informazione, servono persone che sappiano pensare, valutare, conoscere e assumersi responsabilità».

In conclusione, cosa si augura per il futuro?
«Adesso voglio riposarmi un po’, prendere un po’ di sole e staccare davvero. Poi vedremo cosa succederà. Se arriverà una chiamata con un progetto serio e con la giusta ambizione, la valuterò. Ma oggi avevo bisogno di fermarmi.