L'intervento

Pablito non c’è più, aveva riportato l’Italia al centro del Mondo

Ero a Roma quella sera! Tutti pazzi, pazzi di una gioia che non si può comprendere se non si è vissuta in prima persona.

Ero a Roma, ma in ogni angolo d’Italia era una festa straordinaria, ugualmente intensa, straripante. Anche chi il calcio non lo seguiva, non lo capiva, era pazzo di gioia.

E come si può dimenticare il corteo lungo via Veneto, il bagno nella fontana di piazza del Popolo. Poter dire io c’ero è un’emozione ancora adesso.

Non fu un semplice Mondiale di Calcio ad essere vinto. Era il riscatto di un’intera nazione che si inseriva con orgoglio tra i grandi del mondo: quella del G7, del protagonismo politico-diplomatico, quella alla ricerca di “Notti magiche” – quelle venute poi nel tempo, ma costruite a tavolino, intense e belle certo, ma non come quelle notti magiche, spontanee ed impreviste dell’estate 1982.

Un ragazzo ne fu il simbolo, con il suo sorriso che suscitava tenerezza, che nascondeva quella timidezza che tutta l’Italia voleva scrollarsi di dosso immedesimandosi nello scatto orgoglioso, dalla tribuna del Bernabeu di Madrid, del Presidente Pertini che esultava gridando a quelli che finora era considerati i “grandi del mondo”: non ci prendono più, siamo Campioni! I Campioni del Mondo siamo noi: l’Italia, gli italiani.

Quel ragazzo, quel simbolo aveva un nome: Paolo Rossi. Da tutti ribattezzato Pablito.

Adesso, Pablito non c’è più!

In questo funesto 2020 che sta distruggendo il senso umano della vita condivisa in compagnia con gli amici, questa morte prematura diventa un momento simbolico della nostra solitudine, imposta da un virus subdolo, ordinata da un potere, politico e scientifico, arrogante quanto incapace di affrontare concretamente questo pandemia.

È morto Paolo Rossi, che per un’intera generazione è stato come uno di famiglia, l’amico semplice e dalla faccia pulita capace di far sognare, grazie a quegli indimenticabile Mondiali di Spagna quando tutta l’Italia tornò al centro del mondo. Sono passati alla storia del calcio la sua tripletta al Brasile e i gol di rapina dentro l’area di rigore, quelle cavalcate furenti e i gol sotto porta che portarono l’Italia a vincere il Mondiale del 1982.

Faceva parte del gruppo dei ragazzi di Enzo Bearzot. Paolo Rossi aveva appena 64 anni.

In quel Mondiale del 1982 si aggiudicò anche il titolo di capocannoniere. Nel 2004 era stato inserito nel FIFA 100, una lista dei 125 più grandi giocatori viventi, selezionata da Pelé e dalla FIFA in occasione del centenario della federazione. Insieme a Roberto Baggio e Christian Vieri detiene il record italiano di marcature nei Mondiali a quota 9 gol, ed è stato il primo giocatore (eguagliato poi dal solo Ronaldo) ad aver vinto nello stesso anno il Mondiale, conquistando il titolo di capocannoniere e il Pallone d’oro.

Maledetto 2020!

La morte di Paolo Rossi è un colpo basso per tutti noi alla prese con la depressione da covid-19. L’eroe del 1982, del Mondiale che riportò l’Italia al centro del mondo: la mitica, indimenticabile tripletta al grande Brasile. E quella finale di Madrid, che iniziata ancora con un suo gol, rappresentò il riscatto di un’intera nazione che si avviava alla stagione yuppie di un periodo di vita felice, sprecona, incosciente ed allegra.

Semplice, come quel suo sorriso in quel viso sempre giovane che lo ha contraddistinto sino alle sue ultime apparizioni televisive. Un’intera generazione, la mia soprattutto, in quel volto si rispecchiava ancora oggi immaginandosi tuttora giovane, vincente, spensierata.

Adesso, non c’è più!