L'intervento

Quando lo sport entra in politica, perdono tutti. Il caso Tropea

C’è un confine sottile, ma fondamentale, che separa il diritto personale di avere idee politiche dall’utilizzo di una associazione sportiva come strumento di schieramento elettorale. Ed è un confine che, negli ultimi giorni, in alcuni casi negli utlimi giorni (è successo a Tropea), sembra essersi pericolosamente assottigliato.
Una Associazione Sportiva Dilettantistica nasce per fare sport, aggregazione, educazione, inclusione sociale, come prevedono gli statuti sociali che precisano che l’associazione è apartitica e apolitica, oltre che senza scopo di lucro. Nasce per unire. Non per dividere una comunità tra sostenitori e avversari politici. Ed è proprio questo il punto centrale della vicenda che sta facendo discutere la città.
Che dirigenti, presidenti o soci abbiano idee politiche è naturale. Sarebbe assurdo pensare il contrario. Ogni cittadino ha diritto di candidarsi, sostenere una lista, partecipare alla vita democratica della propria comunità. Ma altra cosa è trascinare dentro una campagna elettorale il nome, il simbolo, i canali ufficiali e il peso sociale di una società sportiva.

Quando una ASD prende posizione ufficialmente a favore di un candidato sindaco, il problema non è soltanto politico e partititico. Diventa etico, istituzionale e perfino educativo. Perché quella società non rappresenta solo una dirigenza. Rappresenta bambini, famiglie, tesserati, volontari, tecnici, ragazzi che magari hanno idee completamente diverse o che semplicemente vorrebbero continuare a vivere lo sport lontano dalle tensioni della politica.

La questione diventa ancora più delicata quando si parla di associazioni che gestiscono impianti pubblici o che usufruiscono di contributi e convenzioni comunali. In quel momento il tema non è più soltanto “libertà di espressione”, ma anche opportunità e correttezza istituzionale. Perché una struttura pubblica affidata per finalità sportive non dovrebbe mai trasformarsi, neppure indirettamente, in terreno di propaganda elettorale.
A Tropea si è andati oltre il semplice endorsement politico. Lo scontro si è acceso pubblicamente attraverso comunicati dai toni durissimi, accuse reciproche e parole che nulla hanno a che vedere con il ruolo che lo sport dovrebbe avere all’interno di una comunità. Ed è qui che emerge il rischio più grande: trasformare una società sportiva in una tifoseria politica.

Ed è un errore gravissimo.

Lo sport dilettantistico sopravvive grazie al sacrificio di famiglie, allenatori e volontari. Vive di equilibrio, di inclusione, di appartenenza collettiva. Nel momento in cui una ASD si schiera ufficialmente, inevitabilmente qualcuno si sentirà escluso, rappresentato meno o addirittura osteggiato. E questo crea fratture difficili da ricomporre.
Ancora peggio quando il confronto degenera in accuse pubbliche, parole incendiarie e richiami a “ritorsioni”, “minacce” o “vendette politiche”. In quel momento il dibattito esce completamente dal terreno sportivo e finisce dentro uno scontro politico che rischia di travolgere l’intera comunità associativa.

Le associazioni sportive devono restare case aperte a tutti. Luoghi neutrali. Spazi in cui un ragazzo possa giocare a calcio, fare atletica o pallavolo senza sentirsi parte di una appartenenza politica.
Perché una maglia sportiva non dovrebbe mai diventare una bandiera elettorale partitica.