L'intervento

Zaleuco di Locri, ovvero il rispetto delle leggi è nato in Calabria

Grave il danno che si reca a se stessi per sconsideratezza o per temerarietà.

Dopo esserci lamentati per troppo tempo della poca considerazione che i media e l’opinione pubblica nazionale riservavano alla Calabria, capita adesso che da troppi giorni la nostra regione è protagonista principale, presente a più riprese su ogni testata (radio, televisione, carta stampata e – ovviamente, se non soprattutto – social), su ogni trasmissione di approfondimento e… pure di gossip.

La Calabria diventa così caso nazionale in un alternarsi di colpevoli e di colpe, da attribuire ai calabresi certo, ma non solo essendosi finalmente resi conto che questo stato di cose non può non essere che il risultato tragico di un combinato maledetto: lontananza, a volte assenza, dello Stato, fatalismo e vittimismo dei calabresi, pregiudizi ingiusti ma consolidati nell’opinione pubblica nazionale, sopravvento di una criminalità sottovalutata e che è andata organizzandosi sul territorio in maniera sempre più prepotente infettando, come il virus più maledetto, i gangli della società civile, appestando la politica, inquinando lo sviluppo, impedendo la crescita.

Imporre la legge è diventata impresa ardua e complessa e solo recenti maxi operazioni di una magistratura rinnovata ed impavida stanno iniziando a scalfire l’impalcatura criminale.

Nella terra che diede i natali al primo legislatore della civiltà occidentale, questa situazione si trasforma in una contraddizione che stride ancora più forte.

Per paradosso, affinché i calabresi per primi non se ne dimenticassero, la storia di Zaleuco di Locri campeggia proprio nel grande dipinto presente nella sala dell’assemblea del Consiglio Regionale della Calabria, oggi macchiato dall’arresto del suo Presidente.

Intanto, ognuno si sente autorizzato a dire la sua, Ed ecco scoprirsi un vespaio di parole incontrollate, di condanne preventive e senza appello verso il popolo calabrese, da parte di chi, ex cathedra, intende ergersi a censore prendendo spunto dalla cronaca per rifilare fendenti mortali, offensivi, volgari. Impensabili, in altri tempi.

Eppure oggi accade. Perché accade in un’epoca in cui la mediocrità è il pensiero dominante, in un’epoca in cui, anche politicamente, sembra prendere il sopravvento quella parte del paese inetta e rancorosa che si pasce all’idea che straparlare è possibile, essendosi perso il senso della vergogna, immaginando che tutto sia concesso a tutti, in nome di un falso concetto di democrazia, avendo ormai dimenticato l’insegnamento di Seneca, che già a quel tempo ricordava che “la vergogna dovrebbe proibire a ognuno di noi di fare ciò che le leggi non proibiscono”.

E, temerari e sconsiderati, ci si lascia andare ad affermazioni sconce, che, pensando di colpire solo una parte o una singola persona, in realtà recano oltraggio ai più.
E non possono bastare scuse ipocrite perché indotte, giustificazioni che però non rinunciano al concetto iniziale ed all’obbiettivo che comunque si voleva, e si vuole ancora, colpire.

Tornassimo agli antichi valori, in realtà mai superati ma solo accantonati forse per ignoranza, la civiltà classica occidentale potrebbe suggerire quale atto deve compiere, chi si macchia di simili oltraggi, al di là delle dimissioni, richieste e non concesse.

Si racconta che, vietando il suo codice sotto pena di morte di presentarsi armati nell’Agorà, Zaleuco, accortosi che inavvertitamente era intervenuto senza deporre le armi, sia pure per distrazione, si trafisse con la propria spada eseguendo così la condanna in ossequio alla legge.
Ripensiamo al nostro Zaleuco e alla sua storia.

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