Vedere e gustare

Montauro, un borgo sospeso tra mondanità e spiritualità

Lasciata la statale 106 in direzione sud, subito dopo Stalettì, la strada improvvisamente si inerpica e, in un susseguirsi di curve, panorami mozzafiato ed uliveti rubicondi, giunge a Montauro. Siamo al centro dello Jonio Catanzarese, divisi tra le propaggini della catena delle Serre ed il mare più azzurro e dolce si possa immaginare.

Borgo dalle origini antichissime, verosimilmente coincidenti con l’esodo iconoclastico dei monaci basiliani nell’VIII secolo d.c., Montauro ha attraversato l’intero tempo medievale divenendo, soprattutto in epoca normanna, centro di interesse spirituale e militare.

Il culto di San Pantaleone e le radici del borgo

Il primo segno della storia millenaria di Montauro appare all’ingresso del paese: la maestosa chiesa di San Pantaleone, patrono e santo medico. Il suo culto sembrerebbe coevo alla fondazione del borgo. L’edificio, oggi rimaneggiato, sorge sui resti di una fortezza normanna ed è stato ricostruito dopo il devastante terremoto del 1783, noto come il “Flagello”.

All’interno sono custodite le reliquie del Santo, tra cui un frammento della nuca e un’ampolla contenente sangue raggrumato, oggetto di profonda devozione sin dai primi insediamenti basiliani.

Accanto alla chiesa si erge la torre campanaria, severa e rocciosa, di chiara impronta militare, ingentilita alla sommità da un orologio che ne addolcisce l’impianto austero. Sul retro, una terrazza naturale si apre in un panorama che abbraccia l’arco dello Jonio, dalla costa crotonese a nord a quella locrese a sud.


Il borgo medievale e i suoi portali nobiliari

Dalla chiesa matrice inizia un percorso fatto di vicoli, dislivelli, slarghi e pietra viva che delinea l’anima medievale di Montauro. Testimoni silenziosi di questa identità sono i ventidue portali sparsi nel centro storico, ognuno diverso per stile, forma e datazione.

Tra i più significativi si ricordano quelli di: Casa Spadei, Palazzo Pellegrini, Casa Menichini, Palazzo Terracini, l’ex Palazzo Teti, Palazzo Barberi. Sono veri gioielli di architettura in granito: architravi intagliati, bassorilievi, cuspidi diamantate, chiavi di volta ornate da stemmi nobiliari o foglie d’acanto. Una sequenza preziosa che racconta in pietra la storia sociale e culturale del borgo.


La Grangia certosina e il Giardino Epicureo

Poco fuori dal centro abitato si trova un’altra meraviglia: la Grangia di San Giacomo, poi intitolata a Sant’Anna. Nata come granaio della Certosa di Serra San Bruno, la Grangia era anche luogo di ritiro per i monaci più fragili e rappresentava un punto nevralgico dell’economia certosina.

La sua fondazione risale al periodo normanno e si lega ai lasciti del Gran Conte Ruggero d’Altavilla, signore delle Calabrie. Anche questo edificio subì gravi danni durante il terremoto del 1783, che risparmiò soltanto i muri perimetrali. Resta però una testimonianza fondamentale della presenza certosina in Calabria e del processo di latinizzazione che i Normanni avviarono dopo secoli di tradizione cristiano-orientale.

L’ultima suggestione del territorio è il Giardino Epicureo, un luogo panoramico dove si incontrano natura, filosofia e meditazione. Tra piante rare e vegetazioni simboliche prende vita il pensiero di Epicuro, con l’idea di coltivare armonia e felicità attraverso la relazione tra uomo e mondo.


Un borgo che resiste grazie ai suoi custodi

Montauro è un luogo dove case abbandonate e strade antiche convivono con un patrimonio umano che ancora crede nel futuro del borgo. Tra questi, l’ingegnere Gabriele Greto, che con gentilezza e passione accompagna i visitatori curiosi, diventando ambasciatore della memoria e della storia locale.

Montauro è un territorio da preservare, un luogo che merita di essere sottratto all’oblio e custodito nel taccuino dei ricordi.