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Osteoporosi, la malattia silenziosa delle ossa che può essere fermata

L’osteoporosi è una malattia che avanza spesso senza farsi notare. Non provoca dolore nelle fasi iniziali, non presenta segnali evidenti e, nella maggior parte dei casi, viene scoperta soltanto quando l’osso si rompe. È per questo che viene definita la “malattia silenziosa delle ossa”.
Colpisce soprattutto le donne dopo la menopausa, ma non riguarda soltanto loro. Anche gli uomini possono esserne interessati e, in presenza di particolari fattori di rischio, la fragilità ossea può comparire anche in età più giovane. Il problema principale è proprio il ritardo nella diagnosi. Molte persone convivono con una progressiva riduzione della densità e della qualità dell’osso senza saperlo. Nel frattempo aumenta il rischio di fratture, in particolare a carico delle vertebre, del femore e del polso, con conseguenze che possono compromettere autonomia e qualità della vita.
Eppure l’osteoporosi può essere riconosciuta prima che provochi danni importanti. La diagnosi precoce consente di individuare le persone più esposte, valutare la salute dello scheletro e intervenire con misure preventive o terapie mirate.

Il percorso comincia dagli esami del sangue

Prima di arrivare agli esami strumentali, è fondamentale ricostruire il quadro clinico del paziente. Il medico valuta l’età, la presenza di fratture precedenti, le patologie associate, i farmaci assunti, l’alimentazione e gli eventuali casi di osteoporosi in famiglia.
Gli esami di laboratorio rappresentano il primo passo per capire se esistano condizioni che favoriscono la perdita di massa ossea. Tra i controlli più importanti figurano il calcio, il fosforo, la vitamina D, il paratormone e la funzionalità renale.
Vengono spesso valutati anche la fosfatasi alcalina, il magnesio e la funzione tiroidea, perché alcune alterazioni endocrine o metaboliche possono contribuire alla fragilità dell’osso. In casi selezionati può essere richiesta la calciuria delle 24 ore o ulteriori approfondimenti, come il dosaggio del testosterone nell’uomo, degli ormoni sessuali, del cortisolo o degli anticorpi per la celiachia.
Negli ultimi anni si utilizzano sempre più spesso anche i marcatori del rimodellamento osseo, come CTX e P1NP. Questi esami aiutano a capire con quale velocità l’osso viene riassorbito e ricostruito e possono essere utili per controllare nel tempo l’efficacia delle terapie.

Dalla MOC alla tecnologia REMS

Dopo la valutazione clinica e gli esami di laboratorio, si passa agli accertamenti strumentali. La MOC-DXA resta uno degli strumenti più conosciuti per misurare la densità minerale ossea. Accanto a questa metodica si sta diffondendo la tecnologia REMS, acronimo di Radiofrequency Echographic Multi Spectrometry. Si tratta di un esame non invasivo che utilizza segnali ecografici a radiofrequenza e consente di analizzare due distretti particolarmente importanti: il femore e la colonna vertebrale.

L’esame è rapido, indolore e privo di radiazioni ionizzanti. L’acquisizione dura pochi secondi e può fornire informazioni non soltanto sulla densità minerale, ma anche sulla qualità dell’osso e sul rischio di frattura.
La possibilità di ripetere l’esame, quando indicato dal medico, rende la REMS uno strumento utile anche nel monitoraggio delle persone già in trattamento.

Il vero obiettivo è arrivare prima della frattura

Ancora oggi, però, molte diagnosi arrivano troppo tardi. L’osteoporosi viene spesso scoperta dopo una frattura provocata da una caduta banale o da un trauma che, in condizioni normali, non avrebbe dovuto determinare conseguenze così gravi.
Per questo è necessario diffondere maggiormente la cultura della prevenzione. Le donne dopo la menopausa, le persone anziane, chi ha già subito una frattura da fragilità e i pazienti sottoposti a terapie che possono indebolire l’osso dovrebbero essere valutati con particolare attenzione.
Diagnosticarla in tempo significa evitare che la prima manifestazione della malattia sia proprio una frattura.

La salute delle ossa si costruisce fin da giovani

La prevenzione non comincia in età avanzata. Una buona massa ossea si costruisce fin dall’infanzia e dall’adolescenza attraverso l’alimentazione, il movimento e corretti stili di vita.
Un adeguato apporto di calcio, livelli sufficienti di vitamina D e una regolare attività fisica aiutano a mantenere lo scheletro più forte. Sono particolarmente utili gli esercizi con carico e quelli destinati al rafforzamento muscolare, perché contribuiscono anche a migliorare equilibrio e stabilità.
È inoltre importante evitare il fumo, limitare il consumo eccessivo di alcol e ridurre il rischio di cadute, soprattutto nelle persone anziane.
L’integrazione di calcio o vitamina D deve comunque essere valutata dal medico e non iniziata autonomamente, perché ogni paziente presenta esigenze differenti.

L’osteoporosi oggi può essere curata

Una diagnosi di osteoporosi non deve essere vissuta come una condanna inevitabile. Oggi esistono trattamenti efficaci capaci di ridurre in maniera significativa il rischio di frattura.
Alcuni farmaci rallentano il riassorbimento dell’osso, mentre altri stimolano la formazione di nuovo tessuto osseo. La scelta dipende dall’età, dalla gravità della malattia, dalla presenza di fratture pregresse, dalla funzionalità renale e dal rischio complessivo del paziente.
Il trattamento deve essere personalizzato e accompagnato da controlli periodici, attività fisica, corretta alimentazione e prevenzione delle cadute.
L’obiettivo è semplice ma fondamentale: costruire ossa forti da giovani, conservarle in età adulta e intervenire tempestivamente quando la fragilità comincia a manifestarsi.

Riconoscere l’osteoporosi prima della frattura significa proteggere non soltanto lo scheletro, ma anche l’autonomia, la mobilità e la qualità della vita.
(Donatella Fazio è medico-chirurgo, Dirigente Cure Primarie presso il Poliambulatorio di Amantea)